Santi martiri canadesi
Video Santi martiri canadesi

Nel XVII secolo otto missionari gesuitifrancesiu vennero torturati e uccisi, nel nord America, dagli indiani irochesi e mohawk. Il martirio avvenne tra il 1642 e il 1649. atteverso la loro predicazione, si formò il primo nucleo della Chiesa cattolica del nord America. Erano tutti consapevoli del pericolo che correvano, ma decisi e fermi nel portare avanti la loro opera di apostolato. Portati agli onori degli altari da papa Pio XI nel 1930, nel 19699 la ricorrenza, fissata per il 19 ottobre, viene esetsa alla Chiesa universale. I martiri più noti sono Giovanni di Brèbeuf (1593 – 1649) e Isacco Jogues(1607 – 1646); gli altri si chiamavano Antonio Daniel (1601 – 1648), Gabriele Lalemant (1610-1649), Carlo Garnier (1605-1649), Noel Chabanel (1613 – 1649), renato Goupil (1608 – 1642) e Giovanni De La Lande (1646): gli ultimi due non sono sacerdoti, ma ausiliari dei missionari.Vi sono santuari in loro memoria ad Auriesville (USA), New York e Midland (Ontario, Canada), che sono popolari mete di pellegrinaggio. Era il 1615 quando tre preti gesuiti sbarcarono nel Quebec per aiutare i missionari francescani che operavano sul territorio di recente colonizzazione. Due di questi erano Giovanni de Brébeuf e Carlo Lalemant; il terzo, Ennemond Masse, aveva fatto parte di un gruppo precedente, imbarcatosi nel 1608, ma messo in fuga dai pirati inglesi. Quella di Brébeuf era stata una scelta inspiegabile, dal momento che quando egli entrò nel noviziato gesuita a Rouen era così debole da non poter seguire i corsi ordinari di studio né da riuscire poi a insegnare per un periodo lungo di tempo (sembra che fosse malato di tubercolosi). Brébeuf trascorse il primo inverno di missione presso una tribù degli algonchini, vivendo in terribili condizioni, ma riuscendo a imparare il loro linguaggio e le loro usanze. In una lettera del 1636 descrive alcune delle privazioni a cui era sottoposto: il «martirio minore» era quello di essere tenuti svegli quasi tutta la notte dalle pulci, poi c’era la capanna di legno, dove il fumo era “così intenso, soffocante e continuo, che se non sei abbastanza abituato, per cinque o sei giorni di fila difficilmente riesci a leggere qualche riga del Breviario”.
Dopo aver lamentato il fatto di non esser mai lasciato da solo, accenna ad altri problemi, scrivendo: “C’è una difficoltà di cui non posso parlare in modo particolareggiato, il rischio cioè di seguire la loro impurità, se Dio non stesse fermamente al tuo fianco, per aiutarti a resistere a quel veleno”. L’anno successivo andò nella terra degli uroni, che si trovavano sulla sponda orientale dell’attuale lago Huron, in compagnia di un altro gesuita e di un francescano; dopo aver percorso circa novecento chilometri con la canoa e a piedi, stabilirono alla fine una base a Tod’s Point. I suoi compagni furono presto richiamati, per cui Brébeuf rimase solo in mezzo agli uroní: la sua speranza era che la vita più sedentaria di questa popolazione avrebbe favorito un maggiore successo dell’opera di evangelizzazione di quanto non era accaduto con tribù più nomadi. Essi invece incolparono il missionario, e soprattutto la croce posta sulla sua capanna, di tutti i loro mali, per cui quando gli inglesi lo costrinsero, insieme a tutti gli altri coloni francesi, a tornare in patria, Brébeuf non aveva ottenuto neanche una conversione. Nel 1632 riuscirono però a fare ritorno in Canada: Antonio Daniel arrivò nel 1632, mentre Brébeuf e Masse lo raggiunsero l’anno successivo. Il capo della spedizione, Le Jeune, per ottenere il sostegno dei cattolici in patria cominciò a mandare in Francia una serie di resoconti della loro opera; questi divennero noti come le «Relazioni gesuite» e contenevano spesso lettere dei missionari, soprattutto di Brébeuf, riuscendo a creare un certo interesse intorno all’opera missionaria e a persuadere altri a unirsi al gruppo. Giovanni de Brébeuf, Antonio Daniel e un altro gesuita, Darost, si diressero nuovamente verso le terre degli uroni a tentare una seconda campagna di evangelizzazione. I viaggi, soprattutto quelli in canoa, erano talmente pericolosi che i missionari, per riuscire a proseguire, dovevano incoraggiarsi reciprocamente a tenere duro; come Brébeuf scriveva: “Chiunque, se pensa al proprio misericordioso Salvatore, schernito da nemici crudeli, mentre sale verso il Calvario sotto il peso della croce, troverebbe che scendere queste rapide è gioia pura […] II disagio di una canoa non crea problemi a chi abbia in mente il Nostro Signore crocifisso”. La conoscenza della lingua indigena permise loro di capire che il senso religioso degli uroni si fondava principalmente sulla paura. Brébeuf scriveva: “Abbiamo cominciato l’opera di catechizzazione affermando che le loro anime, che sono immortali, dopo la morte vanno o in paradiso o all’inferno. È così che ci avviciniamo a loro, sia in pubblico che in privato. Ho spiegato che dipende da loro, durante la loro vita terrena, decidere quale sarà la loro sorte futura”. Anche se gli uroni furono molto impressionati quando le preghiere al Dio cristiano parvero porre fine alla siccità e far cessare la carestia, le conversioni rimanevano molto rare. A differenza di altri missionari del tempo, i gesuiti non battezzavano gli adulti senza un’adeguata e lunga preparazione, a meno che non fossero gravemente malati, e senza che avessero mostrato qualche segno di verosimile perseveranza. Essi d’altra parte compresero che non si sarebbe progrediti molto, fino a quando non si fossero istruiti alcuni degli uroni più giovani perché operassero poi come missionari tra la loro gente, e Antonio Daniel partì per il Quebec con alcuni bambini per organizzare un seminario. Nel 1636 si unirono alla missione altri cinque gesuiti, due dei quali, lsacco Jogues e Carlo Garnier, avrebbero incontrato il martirio. Il primo era nato a Orléans, mentre il secondo veniva da Parigi; entrambi erano entrati nei gesuiti in giovane età ed erano stati mandati in Canada subito dopo l’ordinazione: Isacco Jogues aveva, ventinove anni e Carlo Garnier trenta. Nel maggio dell’anno seguente, Brébeuf poteva scrivere: “Ci ascoltano volentieri, ne abbiamo battezzati più di duecento quest’anno, e pochi sono i villaggi che non ci hanno invitati […] alla fine hanno capito che siamo venuti […] unicamente per insegnare e per procurare loro la salvezza dell’anima e la gioia che durerà per sempre”. Ma rimanevano ancora molti ostacoli da superare e, a un certo punto, i missionari furono anche condannati a morte a causa del continuo sospetto che fossero portatori di sventura; si salvarono solo grazie all’eloquenza di Brébeuf. Una seconda base missionaria prese il via a Teanaustaye, con a capo di entrambe Gabriele Lalemant. Giovanni de Brébeuf, invece, andò a dirigere Sainte-Marie, un insediamento a una certa distanza dai villaggi degli uroni che divenne un centro amministrativo per i missionari e i coloni francesi. Furono costruiti un ospedale, un forte e un cimitero, e da lì si organizzarono (con scarso successo) missioni per altre popolazioni del territorio. Gabriele Lalemant scrisse: “Ci siamo talvolta chiesti se si può sperare nella conversione di questo paese senza spargimento del nostro sangue”, e Giovanni de Brébeuf e Isacco Jogues pregavano di poter patire sofferenze e martirio. Brébeuf, per esempio, scriveva: “Per due giorni interi senza interruzione ho avvertito in me un grande desiderio del martirio […] Mio Dio e mio Salvatore Gesù, cosa posso fare per te in cambio di tutti i beni con i quali mi hai prevenuto? […] Faccio un voto […] di non sottrarmi mai, per quanto sta in me, alla grazia del martirio, se per tua infinita misericordia vorrai un giorno presentarla a me”. Furono Isacco Jogues e il fratello coadiutore, Renato Goupil, ad affrontare per primi le sofferenze e la morte. Nel 1642 un gruppo di irochesi, i peggiori nemici degli uroni (quelli sostenuti dagli inglesi, questi alleati dei francesi), tesero un’imboscata alla tribù rivale, li torturarono ferocemente e li mutilarono, strappando loro prima le unghie e poi le dita; alla notte li posero sdraiati per terra, nudi e incatenati, e versarono loro addosso carboni ardenti e ceneri. Alla fine, quando videro Renato Goupil che faceva il segno di croce sopra alcuni bambini, lo uccisero con il tomahawk. Entrato come novizio nei gesuiti e uscitone a causa della salute malferma, Goupil era diventato chirurgo ed era giunto in Canada, dove aveva messo a disposizione dei missionari le proprie conoscenze mediche, diventando uno dei loro ausiliari. Morì il 29 settembre 1642. Isacco Jogues fu tenuto come schiavo per un certo periodo, infine liberato grazie alla mediazione di alcuni coloni olandesi. Tornato in Francia, ottenne il permesso di continuare a celebrare la Messa, nonostante la mutilazione delle mani. Nel 1644 era di nuovo in Canada, dove fu scelto come membro di una delegazione che andò dagli irochesi per un’ambasciata di pace. Anche se questa ebbe successo, i mohawk (gruppo degli irochesi), sospettando che alcuni oggetti lasciati presso di loro da [sacco Jogues fossero la causa di una grave epidemia, approfittarono di una successiva visita di quest’ultimo e del suo assistente, Giovanni de La Lande, per invitarli a pranzo, e poi ucciderli col tomahawk e decapitarli: questo accadeva il 18 e il 19 ottobre 1646. In questo periodo la missione agli uroni dava segni di riuscita, e si sperava che un periodo di pace avrebbe favorito un aumento delle conversioni, ma gli irochesi cominciarono una nuova guerra contro di loro, attaccando nel 1648 Teanaustaye, dove era Antonio Daniel. Il sacerdote si rifiutò di partire, facendo invece tutto il possibile per proteggere i neoconvertiti e per accudire i feriti, ma, andato a perorare la propria causa presso gli aggressori, fu colpito da alcune frecce: il suo corpo venne gettato nella cappella e si diede fuoco al tutto. Morì il 4 luglio 1648. Dopo neanche un anno, il 16 marzo, gli irochesi attaccarono il villaggio dove vivevano Giovanni de Brébeuf e Gabriele Lalemant. Questi era stato l’ultimo dei martiri a giungere nella Nuova Francia: due suoi zii vi avevano già prestato il loro servizio come missionari, ed egli, dopo l’ordinazione, aveva fatto voto di offrire la propria vita in sacrificio per le missioni. I due preti furono catturati e sottoposti ad atroci torture: Giovanni de Brébeuf fu ucciso il 16 marzo, Gabriele Lalemant il giorno successivo. In seguito gli irochesi attaccarono la missione eretta da Carlo Garnier nel 1641, e cominciarono a massacrare la gente del villaggio. Garnier, l’unico prete presente in quel momento, fece tutto quello che poté per impartire l’assoluzione ai moribondi e per battezzare i catecumeni; dopo essere stato colpito da un irochese, tentò ancora di raggiungere una persona morente che riteneva avesse bisogno di aiuto, finché non fu raggiunto e ucciso con il tomahawk. Era il 7 dicembre 1649. Il giorno dopo fu Noel Chabanel, compagno di missione di Carlo Garnier, a essere colpito e ucciso, questa volta però da un urone cristiano apostata che poi, confessando il crimine, affermò di aver voluto vendicare i mali che secondo lui i missionari avevano attirato sulla sua famiglia. Noel Chabanel aveva tentennato ad andare in missione, incapace di adattarsi alle privazioni di quella vita, di imparare la lingua degli uroni e di accettare i loro costumi; vincendo i propri sentimenti istintivi e la prima repulsione, aveva fatto voto di rimanere a lavorare nella missione nel Nord America fino alla morte. Giovanni de Brébeuf aveva scritto nel suo diario spirituale: “Come sono addolorato, o Dio, che tu non sia conosciuto, che presso questi popoli barbari tanto pochi siano quelli che hanno abbracciato la tua fede e che il peccato non sia ancora scomparso”. Fu questo il motivo che spinse lui e i suoi compagni di martirio a perseverare in quelle terribili condizioni, pronti ad affrontare tortura e morte se fosse stato loro chiesto dagli accadimenti, per ricambiare un poco l’amore di Gesù che, per dirla con le parole di Brébeuf, “è stato così misericordioso da morire per me”.

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