Beato Carlo di Gesù

Charles De Foucald è nato a Strasburgo, in Francia il 15 settembre del 1858. Perde i genitori quando è ancora piccolo e viene affidato allo zio. Ormai diventato ragazzo, si allontana completamente dall’educazione cristiana nella quale era cresciuto. Intraprende la vita militare ma, una volta morto il nonno, inizia una vita dissipata. Anche la sua carriera militare vive alti e bassi. Arriva in Marocco dove, in quanto francese e crtistiano, rischia la morte, si traveste, quindi da rabbino russo e vive in incognito. Annota su un taccuino tutto ciò che vede e il modo di pregare dei musulmani lo sorprende. Tornato in Francia, comincia ad andare in chiesa e ripete: “Mio Dio, se esisti, fa che ti conosca.” A fine ottobre del 1886 si confessa e riceve la Comunione. Scriove a un amico: “Non appena ho creduto che ci fosse in Dio, ho capito che non potevo vivere che per lui; la mia vocazione religiosa è nata nel momento stesso in cui nasceva la mia fede. Dio è grande.” Dopo un viaggio in terra santa decide di entrare tra i Trappisti, ma un desiderio di radicalità estrema lo porta ad ottenere la dispensa dei voti. Comntinua il suo percorso e riceve l’ordinazione sacerdotale. Realizza il suo desiderio di solitudine impiantando il suo eremitaggio in Marocco e successivamente si trasferisce nel territorio dei Tuareg. Vuole essere vicino a quella popolazione, ma il suo cuore è investito dallo scoraggiamento quando realizza che nessuno dei suoi “vicini” aderisce al Vangelo. “Non si amerà mai abbastanza! Ma il buon Dio, che sa di quale fango ci ha impastato e che ci ama più di quanto una madre possa amare suo figlio, coi ha detto, egli che non mente, che non respingerà chi va a lui.” Così fratel Carlo di Gesù scriveva a Madame de Bondy in una lettera del 1° dicembre del 1916, poche ore prima di essere ucciso da una banda di Tuareg ribelli alla porta del suo eremo. Ha così fine uno straordinario percorso umano e spirituale, iniziato trent’anni prima con una sconvolgente conversione. La vocazione del beato Carlo si è fatta di nascondimento, di solitudine, di lunghe ore di silenzio adorante dabanti all’eucarestia, di progressiva spoliazione di tutto ciò che non è il Vangelo, una vocazione che si cogli nela sua essenzialità ancora in quella lettera scritta il giorno stesso della morte: “ Quando si può soffrire e amare, si può molto, sipuò il massimo che è possibile in questo mondo. Si sente che si soffre, non sempre si sente che si ama ed è una grande sofferenza in più! Però si sa che si vorrebbe amare, e voler amare è amare….. Dio costruisce nel nulla. E’ con la sua morte che Gesù ha salvato il mondo; è con il niente degli apostoli che ha fondato la Chiesa; è con la santità e nel nulla dei mezzi umani che si conquista il cielo e che la fede viene propagata”. Ed ancora un suo pensiero, scritto negli anni della sua ricerca spirituale: “Ho un grande fondo di orgoglio. Non tengo conto a sufficienza della presenza di Dio. Mi lascio assorbire da ciò che faccio o dalle distrazioni, dalle fantasie. Non ho sufficientemente lo sguardo rivolto a Gesù, che è qui. Non lo vedo a sufficienza in ogni uomo. Non sono sufficientemente sovrannaturale con loro. Né sufficientemente dolce né sufficientemente umile, e neppure accurato come si dovrebbe nel fare loro del bene ogni volta che lo potrei. Gli esercizi di pietà lasciano a desiderare. Li faccio tiepidamente, talvolta in modo breve oppure troppo rapido, pieno di distrazioni. Mi capita in certi casi di essere vinto dal sonno o di rinviare di ora in ora le cose da fare. Una così grande tiepidezza che mi fa soffrire fino ad umiliarmi. Ometto le piccole penitenze, curo troppo il mio corpo. Invece di amare il disprezzo, mi compiaccio degli atti buoni. “

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