Il santo del 1 agosto: sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Sant’Alfonso Maria De’ Liguori

Alfonso nacque a Marianella in provincia di Napoli ed era il primo di otto figli il giorno 27 settembre 1696 da genitori che appartenevano alla nobiltà cittadina. Il padre era un ufficiale di marina e la madre apparteneva al casato dei marchesi d’Avenia, ed era una donna molto religiosa e ben istruita. Alfonso fu ben educato in famiglia e a 16 anni, avendo già completato gli studi universitari, si laureò con lode in diritto civile ed ecclesiastico. Iniziò la carriera forense nel 1715, a 19 anni, e divenne in poco tempo uno degli avvocati più famosi e ricercati del regnmo, senza che nessuno sapesse che si era consacrato a Maria Santissima e che aveva fatto voto di castità. non perse mai una causa fino al 1723, quando subì una sconfitta clamorosa in un importante processo nel quale i giudici si erano già venduti in anticipo. La sua avversione alla falsità del foro divenne così profonda che decise di non mettere più piede in tribunale. una sera d’agosto fu abbagliato da una grande luce e sentì una voce chiara e forte: “Lascia il mondo, donati a me.” Alfonso capì che Dio lo voleva e decise di dedicargli interamente la sua vita. Nonostante la contrarietà del padre, divenne sacerdote e iniziò subito il suo ministero tra i poveri di Napoli. Fu un ricercato confessore e un grande predicatore,al punto che anche il padre, ascoltandolo predicare, si commosse e finalmente accettò la scelta del figlio. Nel 1732, con cinque compagni fondò la congregazione del santissimo salvatore 8poi Congregazione del Santissimo Redentore), dedita all’evangelizzazione dei poveri, che fu approvata nel 1749 da papa Benedetto XIV. Scrisse molto, avendo sempre come obiettivo i bisogni concreti delle persone. sul tavolo, su cui lavorava, teneva un grande crocifisso, sulla sua base aveva scritto: “Gesù mio, tutto per te!” Il 9 marzo del 1762, già vecchio e malandato, fu eletto vescovo di sant’Agata dei Goti. Anche come vescovo fu molto amato. Dopo ripetuti tentativi, nel 1775 il papa accettò finalmente le sue dimissioni e Alfonso fece ritorno a Pagani tra i suoi missionari, dove affrontò un periodo molto doloroso quando cominciarono nella corte di Napoli le persecuzioni contro la sua giovane congregazione. Sperimentò negli ultimi anni anche l’abbandono di Dio. rivolto al crocifisso ripeteva:  “Signore, non mi mandate all’inferno, perchè nell’inferno non si ama”. Sant’Alfonso, alla sua morte, ci arrivò preparatissimo: il 29 luglio 1787, all’inizio dell’agonia, chiese un’immagine dicendo: “Datemi la Madonna”. L’1 agosto tornò alla casa del Padre, mentre le campane annunciavano l’Angelus. a quasi 91 anni. Beatificato  nel 1916, fu canonizzato nel 1839 e proclamato dottore della Chiesa nel 1871 con il titolo di Doctor Zelantissimus. E considerato patrono di: avvocati, confessori, moralisti

Ed ecco uno dei suoi scritti:

In S. Matteo a c. 10 il Signore diede precetto agli Apostoli, mandando loro a missionare: «Nolite possidere neque aurum, neque argentum, neque pecuniam cet., neque sacculum, neque peram, neque panem, neque calciamenta, neque virgam» cet.

In quanto a questo precetto risponde per 1.a Ludolphus Sax., Vita Christi, c. 51, p. 237, l. 7, e dice cosi: «Liberat eos ab omni sollicitudine, dicens: “Nihil tuleritis in via, neque aurum”» cet., et p. 238 in fine: «Et quia quodammodo nudos miserat, severitatem praecepti temperavit, dicens: “Dignus est operarius cibo suo”. Id est: provideatur necessarijs ad vitam, quasi dicens: tantum accipite quantum in victu et vestitu vobis necessarium est, iuxta Apostolum: “Habentes victum et vestitum, his contenti simus” ».

«Ecce quare praecepit [eis] nihil ferre, quia omnia debentur eis pro labore; de iure enim naturali est, ut illis qui serviunt communitati a communitate provideatur. Non ergo prohibuit eis ferre necessaria ad sustentationem, sed ut demonstraret haec eis deberi ab illis quibus praedicarent. Nec omnino enim praecepit eis illa, sed magis  ad revocandum eorum affectum ab amore temporalium, ut non quaererent superflua, sed eis sufficerent necessaria»9.

Per 2.o si risponde esser chiaro che quello fu precetto particolare per quella sola missione a’ Giudei, acciocché co ‘l disprezzo de’ beni terreni persuadessero loro essere eglino Apostoli del vero Messia. E costa dall’istesso Evangelo versetto 5: «In viam gentium ne abieritis» cet., e perciò dice Alapide che poi in S. Luca 23, 35, parlando di questa missione, ricordò loro Giesuchristo: «Quando misi vos sine sacculo et pera cet., numquid aliquid vobis defuit»? E poi li disse che avessero preso sacculo, pera e gladio, intendendo per lo tempo dopo la sua morte, come S. Crisostomo, S. Ambrogio ecc. appresso Alapide, con S. Tommaso 1-2, q. 108, a. 2, ad 3, dove dice espressamente che con questo passo di S. Luca tolse li precetti particolari dati agli Apostoli, quando li mandò a predicare a’ Giudei. E ciò così dovea essere, dice Alapide, che andando li Apostoli alle Genti, per all’ora nemiche, che l’avrebbero al principio discacciati, era necessario che andassero proveduti .

Circa poi il possesso de’ beni temporali, dice l’Alapide che se Giesuchristo non ebbe dominio in particolare, l’ebbe in commune co ‘l collegio degli Apostoli, come dicesi in S. Gio. 12, 6 di Giuda: «Loculos habens», e c. 4, 8 andando in città, «ut cibos emerent».

«Igitur – conclude Alapide detto c. 12 [di] S. Gio.- ex hoc exemplo Christi sequitur perfectioni nihil derogare, habere bona in communi uti habent Ordines religiosi, uti definit Jo. 22, Extr., Ad conditorem, t. 14, c. 3».

O’ trovato di più che detto Gio. 22 nel c. seg. 4 dichiarò eretico chi dicesse: «Redemptorem et Apostolos non habuisse aliquid in speciali nec in communi, cum contradicat Scripturae Sacrae, quae in plerisque locis ipsos nonnulla habuisse asserit».

Sulla quale parola asserit la glossa viene a distinguere in quali luoghi la Scrittura dice che Giesuchristo e l’Apostoli possedevano beni. E dice così la glossa: «Assertio ista reperitur [in] Matt. c. 2, ubi Magi obtulerunt Christo aurum cet. Item reperitur Petrum domum habuisse, Matt. c. 8 (n. 14). Item in Evangelio Matt. legitur c. 9, quod Matthaeus domum habebat in qua cum Christo multi discumbebant». E questa è l’opinione che asserisce il P. Suarez appresso Calin. super l’Evangelo l. 6, c. 12 in fine, esser sentenza probabile e sana, ciò è che S. Pietro anco dopo il voto di povertà possedesse la sua casa nominata in S. Matt. detto c. 8 e in S.M. c. 1, quando vi entrò Giesuchristo a sanargli la socera. Come anche si sa, dice Cal., che prima e dopo la risurrezione di Giesuchristo l’Apostoli si valsero delle loro barche, contuttocché avessero detto: «Ecce nos reliquimus omnia». Consistendo, dice Cal., la perfezzione della loro povertà con avere affatto abbandonato tutti i loro beni coll’affetto. – Che che sia però di questo.

S. Tommaso 2-2, q. 188, a. 7 propone questo dubio: «Utrum habere aliquid in communi diminuat perfectionem Religionis?», e risponde che no con S. Prospero, il quale dice: «Satis ostenditur, et propria debere propter perfectionem contemni et sine impedimento perfectionis posse facultates communes possideri».

E poi discorre così S. Tommaso che la perfezzione non consiste nella povertà, ma nell’imitazione di Giesuchristo, mentre la povertà altro non è che un mezzo per la perfezzione, perché libera l’uomo dalla sollecitudine.

Ma quando si possedono facoltà per quanto bastino al vitto, benché tal possesso porti qualche sollecitudine, nulladimeno dice il Santo che tale sollecitudine – perché non molto impedisce – non ripugna alla perfezzione della vita cristiana: «Non enim omnis sollicitudo a Domino interdicitur, sed superflua et nociva. Unde dicit Augustinus in S. Matt. c. 6, “Ne solliciti sitis”: “Non hoc dicit ut ista non procurentur, quantum necessitatis est, sed ut non ista intueantur et propter ista faciant quod in Evangelij praedicatione facere iubentur” ».

Oltrecché poi, soggiunge S. Tommaso, altra è la sollecitudine circa i beni particolari, altra circa i beni communi: «Nam quae circa proprias divitias adhibetur, pertinet ad amorem privatum quo quis se temporaliter amat. Sed sollicitudo quae adhibetur circa res communes pertinet ad amorem charitatis, quae non quaerit quae sua sunt, sed communibus intendit. Et quia Religio ad perfectionem charitatis ordinatur, quam perficit amor Dei usque ad contemptum sui, habere

aliquid proprium repugnat perfectioni, sed sollicitudo circa bona communia pertinere potest ad charitatem».

«Ex quo patet, conclude il Santo, quod habere superabundantes divitias est impedimentum perfectionis, licet totaliter non excludat eam; habere autem de rebus exterioribus, sive mobilibus sive immobilibus, quantum sufficit ad simplicem victum, perfectionem Religionis non impedit».

Così parla il Santo generalmente per tutte le Religioni. Parlando poi per le Religioni particolari, quale povertà loro convenga, dice così: «Si paupertas consideretur ad speciales fines Religiosorum, tanto erat perfectior Religio quanto habet paupertatem magis proportionatam suo fini».

E parlando per quelle Religioni a cui si conviene la maggior povertà, come sono le Religioni istituite a bene dell’anime, dice: «Talem Religionem decet paupertas talis quae minimam sollicitudinem ingerat. Manifestum est autem quod minimam sollicitudinem ingerit conservare res usui hominum necessarias tempore congruo procuratas». Nota ‘tempore congruo procuratas’. E soggiungendo il passo di S. Giovanni: «ut cibos emerent», conchiude: «Ex quo patet quod conservare pecuniam et quascunque alias res communes ad sustentationem est conforme perfectioni quam Christus docuit suo exemplo». Nota ‘quascunque alias res’. Il che si riferisce a ciò che disse di sopra: «de rebus sive mobilibus sive immobilibus». Et nota «perfectioni quam Christus docuit».

E perciò, dice Alapide, ciò è per l’esempio di Giesuchristo e perché non ripugna alla perfezzione il possedere in comune: «Veteres fundatores (li quali certamente non anno avuto avanti gli occhi per giungere ad una [vita] perfetta che l’esemplare della vita di Giesuchristo) sanxerunt ut Religiosi possideant bona in communi, ut sine cura vacarent orationi, studio, praedicationi, ut [patet] ex constitutionibus S. Basilii, Augustini, Bernardi, Dominici cet». E perciò dice Alapide, eccetto la Religione Francescana che à per scopo la somma povertà, all’altre Religioni per detti fini «convenientius et perfectius est habere bona in communi». Così, dice, che i solitarij attendono meglio alla solitudine, e quelli che attendono alla predicazione «austeritatem cum charitate in proximum compensant».

Aggiungo che S. Gaetano, che è stato l’unico istitutore della regola di vivere di providenza, non solo ebbe avanti gli occhi l’imitazione della vita di Giesuchristo, quanto la glorificazione dell’attributo divino della Providenza, secondo apparisce dall’Evangelo che ci propone la Chiesa nel giorno della sua festa. E con ciò ebbe ancora fine il Santo di abbattere la bestemmia di Lutero che negava la Providenza; e perciò nella chiesa di S. Maria della Vittoria a Chiaia sopra la porta picciola sta dipinto S. Gaetano, e sotto Lutero che dice: Non est Providentia Dei.

Viva Giesù e Maria

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