Il revival della Polisportiva Formia 40 anni dopo: conversazione con Pasquale Cogliandro

Pasquale Cogliandro

 Ecco che ho ascoltato le parole di colui che si è mosso affinché questo incontro avvenisse nel migliore dei modi: Pasquale Cogliandro.

L’ideatore di questa grande rimpatriata della Polisportiva Formia, nata nel 1972e terminata nel 1986. Cosa si ricorda di quegli anni d’oro?

“Quello che mi ricordo è che eravamo una grande famiglia, tutti quanti io ragazzi che sono stati alla Polisportiva Formia, sono cresciuti insieme già allora, io come ragazzo ero partecipe come dirigente di questa gloriosa società del Formia dopo il Formia calcio, e mi ha fatto un grande piacere rivedere tutti questi ragazzi, diciamo ex ragazzi, che dopo tanti anni, dopo quasi 40 anni ci siamo rivisti con grande piacere a questo gruppetto vicino alò tavolo, per me è un orgoglio rivedere tutti questi ragazzi dopo tanti anni che abbiamo sofferto sui campi di gioco, ci siamo divertiti ma la prima cosa è quello che posso dire che era tutta una famiglia, dal più piccolo al più grosso, quello che purtroppo non vedo adesso anche se sto da 56 anni nel calcio, lo posso dire veramente, questa è la sensazione stasera che dopo tanti anni ci sentiamo ancora una famiglia.”

Che cosa si ricorda di allora, come ci si comportava negli spogliatoi, come si preparavano le partite di una volta?

“Come si preparavano? Io ricordo una cosa bellissima, che diceva l’attuale Benito Ponticelli, l’allenatore della Terza Categoria, della seconda, faceva la tattica il sabato nella sede con i confetti colorati, perché lui aveva il negozio di bomboniere Ponticelli, tutti ce lo ricordiamo. La tattica era con i confetti, faceva la tattica con i giocatori con i confetti, verde, giallo, rosso, come si giocava c’era un colore; è quello, secondo me, è stata una cosa che mi ricorderò finché avrò gli occhi aperti la tattica di Benito Ponticelli. Che poi sul terreno di gioco erano altri tempi, parliamo del 1974 – 1978. Si seguiva un altro metodo di calcio, non come adesso, l’allenatore ti diceva: segui quel giocatore anche dentro il bagno, adesso non si dice più, si dice in un altro modo, però il modo di interpretare la partita era veramente di unione tra compagni, che tutti quelli facevamo tutti per uno, non è che qualcuno si allontanava o non giocava, perché ognuno aveva voglia di giocare. Purtroppo, ripeto, negli ultimi anni è venuta a mancare questo concetto di famiglia.”

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