religione520L’agenzia SIR (Servizio Informazione Religiosa) riporta la notizia della crescita, anche piuttosto significativa, dei cosiddetti noners. Essi sono coloro che non si riconoscono in nessuna religione: “Non sono necessariamente atei; anzi la maggior parte di loro dichiara di credere, in un qualche modo personale, all’esistenza di una dimensione spirituale”. Negli Stati Uniti sono diventati il secondo gruppo, dopo i protestanti (che sono in calo) e superiori ai cattolici. È un dato interessante, da registrare. E sul quale sarebbe opportuno interrogarsi, specie per quelle confessioni che registrano perdite. Non tanto per una questione numerica in stile aziendale (come spesso capita, invece, tristemente di constatare) quanto per una questione di identità. Perché le religioni perdono consenso? I credenti, e le loro autorità religiose, dovrebbero porsela questa domanda, anche perché, come nel caso del cattolicesimo, ne va dell’obbedienza al proprio Maestro, che comandò di predicare in tutto il mondo il suo Vangelo (cfr. Mc 16,15) Comando che non implica, semplicemente, un problema di diffusione, ma di salvezza. Prosegue infatti il Vangelo con le seguenti parole di Gesù: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» [Mc 16,15-16] Problema quindi di vitale importanza. Sul fenomeno dei noners David Brooks, editorialista del New York Times, afferma: “La laicità deve fare per i non credenti ciò che la religione fa per i credenti. Suscitare emozioni elevate, esaltare le passioni in funzione della ricerca di un’azione morale”. Forse sta proprio tutta qui la crisi delle religioni tradizionali, su tutte quella cattolica, nella ricerca isterica di un sempre maggiore livello di emozioni e passioni, trascurando quello che dovrebbe (e per i cattolici è) il cardine: la verità.

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