Jimmy Carter

L’opposizione alla guerra del Vietnam iniziò fin dal 1964 nei campus delle università. Si trattava di un periodo storico caratterizzato da attivismo politico studentesco di sinistra senza precedenti e dall’arrivo all’età dell’università della numerosa generazione dei cosiddetti “baby boomers”. La crescente opposizione alla guerra è certamente attribuibile in parte anche al più ampio accesso alle informazioni sul conflitto, soprattutto grazie all’estesa copertura televisiva. Migliaia di giovani statunitensi scelsero la fuga in Canada o in Europa occidentalepiuttosto che rischiare la coscrizione. A quel tempo solo una frazione di tutti gli uomini in età di leva veniva effettivamente chiamata alle armi; gli uffici del sistema di reclutamento, in ogni località, avevano ampia discrezionalità su chi arruolare e chi dispensare, in quanto non c’erano delle linee guida chiare per l’esonero. Allo scopo di guadagnarsi l’esenzione o il rinvio del servizio militare, molti ragazzi scelsero di frequentare l’università, il che permetteva di ottenere l’esonero al compimento del 26º anno di età; alcuni si sposarono, il che rimase motivo di esenzione per tutto il corso della guerra. Altri trovarono dei medici accondiscendenti che certificarono le basi mediche per un’esenzione “4F” (inadeguatezza mentale), anche se i medici dell’esercito potevano dare, e davano, un loro giudizio. Altri ancora si unirono alla  Guardia Nazionale, come sistema per evitare il Vietnam. Tutte queste questioni sollevarono preoccupazioni sull’imparzialità con cui le persone venivano scelte per un servizio non volontario, in quanto toccava spesso ai poveri, ai membri delle minoranze etniche (neri e ispanici erano in effetti percentualmente predominanti nei reparti operativi da combattimento) o a quelli che non avevano appoggi influenti essere arruolati. Gli arruolati stessi iniziarono a protestare quando, il 15 ottobre 1965, l’organizzazione studentesca “Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam” inscenò la prima manifestazione pubblica negli Stati Uniti in cui vennero bruciate le cartoline di leva. L’opinione pubblica statunitense si divise nettamente sul problema della guerra. Molti sostenitori della guerra ritenevano corretta quella che era conosciuta come la “teoria del domino” enunciata per la prima volta dal presidente Eisenhower in una conferenza stampa il 7 aprile del 1954. Essa sosteneva che, se il Vietnam del Sud avesse ceduto alla guerriglia comunista, altre nazioni, principalmente nel sud-est asiatico, sarebbero cadute in rapida successione, come pezzi del  domino. Alcuni militari critici verso la guerra puntualizzarono che il conflitto era politico e che la missione militare mancava di obiettivi chiari. I critici civili argomentarono che il governo del Vietnam del Sud mancava di legittimazione politica e morale. George Ball, sottosegretario di stato del presidente Johnson, fu una delle voci solitarie dell’amministrazione a manifestare dubbi e timori sul coinvolgimento in Vietnam. Alcune clamorose manifestazioni autodistruttive di dissenso da parte di pacifisti (il 2 novembre 1965 il trentaduenne quacchero Norman Morrison si diede fuoco davanti al Pentagono e il 9 novembre il ventiduenne cattolico Roger Allen LaPorte fece lo stesso davanti al palazzo delle Nazioni Unite, ad imitazione dei gesti dei monaci buddisti in Vietnam) portarono alla luce il disagio morale presente in alcuni strati dell’opinione pubblica statunitense. Il crescente movimento pacifista allarmò molti all’interno del governo statunitense e ci furono tentativi, peraltro falliti, di istituire una legislazione punitiva di queste presunte “attività antiamericane”. Molti americani si opposero alla guerra per questioni morali, vedendola come un conflitto distruttivo contro l’indipendenza vietnamita o come un intervento in una guerra civile straniera; altri invece si opposero per l’evidente mancanza di obiettivi chiari e per l’impossibilità di ottenere la vittoria. Alcuni pacifisti erano essi stessi veterani del Vietnam, come evidenziato dall’organizzazione “Veterani del Vietnam contro la guerra”.Nonostante le notizie sempre più deprimenti sulla guerra, molti statunitensi continuarono ad appoggiare gli sforzi del presidente Johnson. A parte la teoria del domino, era diffuso il sentimento che impedire il sovvertimento del governo filo-occidentale sudvietnamita da parte dei comunisti fosse un obiettivo nobile. Molti statunitensi erano anche preoccupati di “salvare la faccia” in caso di un disimpegno dalla guerra o, come venne successivamente detto da Nixon, “ottenere la pace con onore”. Molti degli oppositori alla guerra del Vietnam erano visti all’epoca, e sono visti tuttora, più come sostenitori dei nordvietnamiti e dei Viet Cong che come contrari alla guerra in quanto tale; il più famoso di questi fu l’attrice Jane Fonda. Molti dei contestatori vennero accusati di “disprezzare i soldati del proprio paese impegnati in Vietnam” dopo il loro ritorno, comunque, la validità di queste accuse rimane ampiamente controversa. Tutto questo finì il 21 gennaio del 1977, al secondo giorno di presidente del democratico Jimmy Carter che perdonò tutti coloro che sono stati condannati.

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