Operazione Ascaris

 Il commento degli attivisti di CasaPound Latina ha rimarcato che nella operazione “Ascaris” è stata scoperta una “quinta colonna” che è un dipendete di un alto ufficio dello stato. ecco quello che hanno detto gli attivisti del movimento della tartaruga frecciata: ““Quinta colonna”, “cavallo di Troia”, o più semplicemente “infiltrati” o “mele marce” sono coloro che, assunti da un organo statale per garantirne il funzionamento, operano in senso diametralmente opposto per proprio tornaconto finanziario: e ciò garantisce copertura a tutta la “filiera” che fa capo ai disonesti che agiscono in “banda”. Per contro è più difficile, complicato e talvolta inutile l’intervento di chi lavora fedelmente all’interno delle istituzioni, non solo accontentandosi di uno stipendio spesso inadeguato, ma mettendo anche a rischio la propria incolumità fisica se non addirittura la vita. Gli ultimi anni di storia della nostra repubblica hanno visto l’azione di “talpe” che hanno guidato gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dei cui nomi tanti oggi si riempiono indegnamente la bocca. E non sono solo questi eccessi a dipingere negativamente tutta la nostra Nazione nel mondo, ma anche la corruzione che attecchisce più facilmente oggi sulla piaga dell’immigrazione clandestina, edulcorata con i termini di “accoglienza, integrazione, inclusione” ed appoggiata moralmente da associazioni ed enti che usufruiscono di enormi finanziamenti pubblici: per rimanere nella nostra provincia, basti il caso della cooperativa “Karibù”, la cui titolare è stata insignita nel 2018 del titolo di “miglior imprenditrice dell’anno” (ma da quando si fa impresa privata con i soldi elargiti dallo Stato?), salvo subito dopo sparire da Latina per trasferirsi in Alta Italia. Questo, e altri simili fiori all’occhiello, sfoggia la giunta comunale targata LBC, avendo fatto del welfare unidirezionale verso il business degli immigrati la sola politica sociale, in piena aderenza all’ideologia anti-nazionale dei governi tecnici che si sono succeduti quasi ininterrottamente negli ultimi otto anni, che hanno legalizzato una vera e propria tratta di esseri umani, traghettati nelle nostre acque continentali con il favoreggiamento di navi di ong, e che dalla “stanza dei bottoni“ non hanno idea dell’emergenza che le forze dell’ordine si trovano ad affrontare sul campo. Nonostante ciò, c’è chi continua a lavorare, lontano dai riflettori, per mantenere la legalità, e ne immaginiamo lo sconforto e lo scoraggiamento quando si vede costretto ad agire contro propri colleghi o collaboratori, come è accaduto agli investigatori di Polizia Locale, DIGOS e Procura che, fin dal febbraio 2018 e per tutto l’arco del 2019, erano all’erta, avendo appurato che 48 contratti di affitto per un centinaio di immigrati indiani erano intestati alla stessa persona (l’avvocato G.M., 40enne di Latina, ora indagato insieme ad altre 18 persone) o a suoi congiunti. Nell’ambito delle stesse indagini è finita agli arresti domiciliari N. D. S. (sindacalista CGIL, indiana), ed è stato comminato il carcere cautelare ad A. M. (32enne pakistano residente ad Anzio), K. M. (40enne indiano residente a Latina) considerato il mediatore a cui si rivolgevano gli immigrati e D. N. (43enne, di Roma ma residente a Pontinia) dipendente della Prefettura di Latina. Quest’ultimo era già stato rinviato a giudizio quattro anni fa per vicende legate allo sfruttamento dell’immigrazione con la complicità di indiani già da tempo presenti sul territorio pontino. Stessi obblighi di polizia giudiziaria a carico di S. G. alias “Goppi” (34enne indiano residente a Roma), al momento latitante.

L’indagine “Ascaris” (che prende il nome da un parassita), ha rilevato un’ottantina di casi in cui “i cinque sfruttatori” incontravano gli sfruttati, quasi tutti braccianti agricoli, presso lo Sportello Unico dell’Immigrazione di Via Legnano a Latina (sede distaccata della Prefettura), e si facevano pagare per rilasciare indicazioni su come aggirare problematiche tecniche, promesse di accelerare gli iter burocratici e produzione di documenti falsi (Cud per dimostrare redditi, cessioni di fabbricati fittizi, finti contratti di lavoro e qualsiasi altro potesse servire all’immigrato per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno in Italia). Il prezzo per le “facilitazioni” variava tra i 500 e i 2.000 euro (in un caso fino a 7.000) e dipendeva dal “grado di inconsapevolezza” dell’immigrato. L’inchiesta si è inquadrata in un momento molto delicato: il decreto interministeriale del 29/05/2020 che disciplina la regolarizzazione dei clandestini: “Ecco perché le forze dell’ordine – ha specificato il Questore di Latina nella conferenza stampa del 23 giugno – sono particolarmente attente a tutto ciò che accade al di fuori di una sanatoria che, come ogni legge di tal tipo, presenta rischi, vieppiù nell’ambito dell’immigrazione, da sempre terreno caldo per truffatori e intrallazzatori.”

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