[Il Bigotto] – Si può essere felici anche piangendo

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Non è il riso, che può essere anche di circostanza, a dare la felicità, ma la comprensione di ciò che ci accade mentre viviamo. Questo senso di profondità, lontano dalla profonda superficialità nella quale siamo sommersi, manca profondamente all’uomo di oggi, incapace di capire il perché delle cose che accadono o che il più delle volte ha smesso di pensare che questo perché possa esistere o, se esiste, che egli possa conoscerlo. Ecco allora che ogni aspetto della vita non è relativo al senso che assume in un tutto, ma è relativo a ciò che sento in quel determinato tempo. È l’esaltazione dell’attimo, dell’istante elevato a totalità. Solo che così facendo si è persa la capacità di aspettare, di dare ad ogni cosa il proprio tempo. Non è mera malinconia di qualcosa che non c’è più o magica nostalgia di un tempo passato, ma l’analisi di un mutamento antropologico della società che, inevitabilmente, si riflette anche sul cambiamento sociale dell’essere umano. Uomo incapace di coltivare qualcosa, perché incapacitato a pensare che a quello che compie oggi abbia un seguito domani. Così le relazioni muoiono, il pensiero anche e la storia fallisce in un’isterica ricerca dell’altitudine che non si raggiunge saltando, ma camminando, spostandosi nel tempo della storia. La felicità muore in un coito interrotto perché è quell’interruzione la felicità, è la radice secca staccata dall’albero. No, non è moralismo né essere bigotti (per quanto in questa sede sarebbe più che legittimo), ma la riflessione sul fatto che le cose non sono svincolate dal resto e se una radice ha bisogno di una pianta per non essere un pezzo di legno secco, così anche la felicità dell’uomo, per essere tale, deve avere un senso che la spieghi, per non essere una mediocre esaltazione dello spirito. Perché gli entusiasmi e le passioni sono necessarie e sacrosante, guai a bandirle, ma non sono il tutto. Ecco, a noi manca il tutto. E ci accontentiamo del parziale, convinti che sia il tutto. E anche se umanamente, nonostante tutto, i conti non tornano, pur di non accettare la realtà si impazzisce. E stiamo impazzendo.

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