Il 27 novembre del 1962 la Camera dei Deputati dà il via libera definitivo alla legge che nazionalizza l’energia elettrica in Italia. La norma, che tende a ridimensionare il potere dei grandi monopoli privati, porta alla nascita dell’ENEL. Votano a favore tutti i rappresentanti dei gruppi parlamentari, con esclusione di liberali, missini e monarchici. Il sogno di Mattei, interrotto dalla sua morte prematura, era la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riunione di tutto il settore energetico all’interno di un unico ente pubblico, che avrebbe voluto chiamare Ene. Il sogno non si realizzò interamente, ma in parte sì. Proprio nel 1962, infatti, poche settimane dopo la morte di Mattei, prendeva vita – esecutore materiale Ugo La Malfa – l’Enel, il monopolista elettrico che faceva piazza pulita del mercato abbastanza vitale che esisteva allora, coi privati attivi nella generazione elettrica e attenti esploratori delle nuove tecnologie (incluso l’atomo che, a dispetto delle credenze odierne, in Italia nacque privato). L’avvento dell’Enel ebbe, secondo i suoi sostenitori, l’effetto di razionalizzare e centralizzare investimenti prima effettuati in modo disordinato e decentrato. E’ vera la seconda parte della frase: il settore venne centralizzato, facendo piazza pulita della vitalità pre-esistente (con l’unica eccezione di alcune imprese municipalizzate la cui esistenza venne tollerata), ma non necessariamente l’esito fu quello di una razionalizzazione. Anzi: scelte relative alle tecnologie in uso, con tutto quello che ne consegue, vennero di fatto politicizzate con una serie di ovvie ricadute negative, per esempio, sulla modernizzazione del paese e sulla capacità di generare innovazione e creare un ambiente favorevole all’innovazione o attento alle esigenze del consumatore (una ricostruzione degli eventi, pure sostanzialmente positiva sugli effetti della nazionalizzazione dato il contesto e alla luce degli analoghi fenomeni nel resto d’Europa.

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