Benito Mussolini

24 maggio 1915: l’Italia entra in guerra al fianco dell’Intesa, tradendo i suoi storici alleati, ossia la Germania e l’Austria – Ungheria, quando era già circa un anno che si combatteva sui campi di battaglia d’Europa. Allo scoppio della guerra europea, ai primi di agosto del 1914 il PSI assunse la posizione della “neutralità assoluta”, cioè rifiuto della guerra delle borghesie nazionali anche in caso di guerra difensiva. Mussolini allineò “L’Avanti!” su questa linea fino alla metà di ottobre 1914. Ma l’allineamento copriva la sua incertezza. Si rendeva conto che tale linea era insostenibile, una foglia di fico che mal nascondeva l’impotenza politica e l’estraniamento del partito dal momento storico. All’assemblea della sezione socialista milanese del 9 settembre definì impraticabile lo sciopero generale contro una guerra difensiva, concludendo che “se domani si verificherà l’evento nuovo, noi decideremo”. Un possibilismo che già abbandonava la neutralità assoluta. Agli osservatori più attenti non sfuggì che il diretto re dell’Avanti, l’uomo di punta più in vista, si stava interrogando. Le indiscrezioni presto uscirono sulla stampa nazionale. Agli inizi di ottobre Lombardo Radice della “Voce”, l’anarchico Libero Tancredi (Massimo Rocca), il compagno di lotte trentine Cesare Battisti, rivelarono sulla stampa che Mussolini si era dichiarato in conversazioni private favorevole alla guerra contro l’Austria. Le indiscrezioni erano accompagnate da accuse di doppiezza e richieste di chiarezza, vennero scritte lettere aperte, sollecitazioni polemiche dilagarono sulla stampa. Non c’era più tempo. Era giunto il momento di trarre il dado, alla Cesare sul Rubicone per intenderci. E lui non si fece pregare: il 18 ottobre 1914 esce sull’«Avanti!» l’articolo di Mussolini “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante”. Definì la neutralità assoluta “una comoda formula, permette di non pensare e di attendere”, ammise che la neutralità socialista era sempre stata “parziale, spiccatamente austrotedescofoba e francofila”. La neutralità assoluta, anche in caso di guerra difensiva, doveva mettere nel conto la reazione violenta dello stato, alla quale il proletariato poteva rispondere solo con la rivoluzione, che poteva anche riuscire, ma “se gli Imperi centrali trionfanti intendessero riportare sul soglio “l’antico regime”, sareste voi dunque neutralisti “assoluti” ancora contrari a quella guerra che dovrebbe salvare la “vostra”, la nostra rivoluzione?”. Chiudeva con un saggio di attivismo: “La realtà si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne i protagonisti?”. La conversione di Mussolini finì al centro del dibattito politico e giornalistico. Ma, in fondo, Mussolini aveva solo posto apertamente un problema politico al PSI. La neutralità assoluta soddisfaceva le masse contrarie alla guerra, ma non proponeva alcuna alternativa, non volendo né potendo fare la rivoluzione. Il risultato era l’ininfluenza politica, la borghesia avrebbe fatto ugualmente la sua guerra, se vittoriosa sarebbe stata la sua vittoria, se persa la rivoluzione avrebbe conquistato uno stato esposto alla rappresaglia delle potenze reazionarie vittoriose. La neutralità “attiva e operante” lasciava aperte più opzioni, era un’offerta alla direzione per studiare un’uscita collettiva dal vicolo cieco. Ha scritto il famoso storico di Rieti Renzo De Felice che fu “una tragica ironia della storia” che Mussolini sia stato l’unico dirigente che abbia cercato di salvare il PSI da quell’isolamento che favorirà nel dopoguerra la reazione fascista da lui stesso guidata. Mussolini non cercava la rottura con il partito. Forse era convinto di poter persuadere la direzione mettendola ancora una volta con le spalle al muro; forse sopravvalutava la sua presa sui militanti e ancor più sulle masse socialiste. La reazione fu ben altra. Nella drammatica riunione della direzione del PSI del 18-21 ottobre 1914, la proposta di Mussolini ottenne solo il suo voto, feroci gli interventi di antichi compagni come Serrati e la Balabanoff. Mussolini si dimise seduta stante dalla direzione dell’«Avanti!». Ma non era ancora la rottura definitiva. Fallita l’uscita collettiva dal vicolo cieco, Mussolini intraprese quella personale, pagandone alla fine il prezzo. Si fece uno spazio proprio, un nuovo giornale. «Il Popolo d’Italia», ancora con il sottotitolo di «quotidiano socialista», che uscì il 15 novembre 1914. I primi finanziamenti furono forniti da Filippo Naldi, direttore del “Resto del Carlino”, che trovò anche la tipografia e un primo nucleo redazionale, mentre all’agenzia di pubblicità fecero fronte alcuni grandi industriali interventisti convinti dal Naldi. Solo più tardi, nella primavera del ’15, per fronteggiare difficoltà finanziarie del giornale, giunsero i finanziamenti stranieri, dai partiti socialisti francese e belga, poi dal governo francese, di cui i socialisti facevano parte, interessato all’intervento dell’Italia contro l’Austria.

La questione dei finanziamenti alimentò le accuse a Mussolini di “venduto” all’oro straniero e al capitalismo militarista, suggerite dall’«Avanti!» con una campagna guidata dalla martellante domanda “Chi paga?”. Ma Benito Mussolini non aveva cambiato idea per prendere i soldi, ma li prrese perchè ormai aveva tracciato una nuova rotta politica. Rischiava una posizione di leader di un partito di massa, metteva in gioco una vita immedesimata con la politica. Forse contava di mantenere la battaglia all’interno del partito, ma la scelta di un suo giornale, nella drammaticità del momento e su una questione dirimente come l’intervento in guerra, aveva il significato di una scissione. Il 24 novembre, la sezione milanese del partito chiese a grande maggioranza l’espulsione per “indegnità” di un Mussolini terreo e pallido che fronteggiò con una replica orgogliosa e persino minacciosa la rivolta tumultuosa del “suo” popolo che gli gridava “vattene, giuda!”. Il 29 la direzione ratificò la richiesta, non senza qualche dubbio di alcuni, come Zerbini e Della Seta, sopraffatti dall’intransigenza a tratti violenta di Serrati, Vella e la Balabanoff.

Mussolini, Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, 18/10/1914

Da molti segni, è lecito arguire che il Partito Socialista Italiano non si è «adagiato» fra i cuscini di una comoda formula quale è quella della neutralità assoluta. Comoda, perché negativa. Permette di non pensare e di attendere. Ma un Partito che vuol vivere nella storia e fare – per quanto gli è concesso – la storia, non può soggiacere – pena il suicidio – a una norma cui si conferisca valore di dogma indiscutibile o di legge eterna sottratta alle ferree necessità dello spazio e del tempo. Così, nessuna meraviglia, se il campo socialista è diviso in varie tendenze (intesa la parola nel vecchio e tediante significato). 
[…]
Ma è stata, ed è, veramente assoluta questa nostra neutralità socialista, o non è stata invece relativa e parziale? La neutralità «assoluta» doveva condurci ad assumere un atteggiamento di nirvanica impassibilità o di cinica indifferenza dinnanzi a tutti i belligeranti: blocco austro-tedesco e Triplice Intesa dovevano equivalersi perfettamente nel nostro giudizio: non dovevamo parteggiare – nemmeno idealmente – per l’uno o per l’altro dei contendenti, poiché questo penchant sentimentale di simpatia o di antipatia avrebbe potuto influire direttamente o indirettamente, a breve o lunga scadenza, sulla nostra condotta pratica. 
Ma una neutralità in siffatta guisa «assoluta» non è quella che il Partito Socialista ha sostenuto e patrocinato sin dall’inizio della crisi. La nostra neutralità è stata sin da allora «parziale». Ha distinto. È stata una neutralità spiccatamente austrotedescofoba e, per converso, francofila.
[…]
È un fatto indiscutibile, dunque, e le citazioni lo provano, che tutta la campagna antiguerresca del socialismo italiano è stata influenzata da questa nostra posizione iniziale. Noi abbiamo condannata la guerra, ma questa condanna del fenomeno, preso nella sua «universalità», non ci ha impedito di distinguere – logicamente, storicamente, socialisticamente – fra guerra e guerra. La guerra cui sono stati costretti Belgio e Serbia e in un certo senso anche la Francia, ha caratteri assai diversi dalla guerra del blocco austro-tedesco. Valutare tutte le guerre alla stessa stregua sarebbe assurdo e – ci sia concesso di dirlo – cretino. A guerra scoppiata, le simpatie dei socialisti vanno alla parte aggredita. Un altro elemento che contribuisce a determinare l’atteggiamento dei socialisti è la previsione delle conseguenze – più o meno favorevoli allo sviluppo delle nostre idee – che la vittoria degli uni o degli altri reca nel suo grembo sanguinoso.
Una neutralità socialista che prescindesse dai possibili risultati della guerra attuale, sarebbe non solo un assurdo, ma un delitto. Ecco perché, sin dai primi di agosto, ci siamo rifiutati – anche a costo d’insorgere! – di collaborare cogli Imperi Centrali; in quanto avevamo ed abbiamo ancora ragione di deprecare la loro vittoria. Di qui il duplice aspetto della nostra neutralità di socialisti. Simpatica verso occidente, ostile verso oriente. Benigna verso la Francia, arcigna verso l’Austria-Ungheria.
[…]
Marx opinava che «chi compone un programma per l’avvenire, è un reazionario». Paradosso! Nel nostro caso però, verità. Il programma della neutralità «assoluta», per l’avvenire, è reazionario. Ha avuto un senso, ora non l’ha più. Oggi, è una formula pericolosa, che ci immobilizza. Le formule si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule è sterile onanismo, è vana, è folle, è ridicola impresa. Se domani – per il gioco complesso delle circostanze – si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi – fra i socialisti italiani – vorrebbe inscenare uno «sciopero generale» per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria ecc., sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse – come uomini e come socialisti – non è dunque che questo stato di «anormalità» sia breve e, liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia – sotto la pressione dei socialisti – non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte?
Sono ipotesi, eventualità, previsioni, sappiamo bene. Ma tutto ciò dimostra che noi non possiamo «imbozzolarci» in una formula, se non vogliamo condannarci all’immobilità. La realtà si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere – come uomini e come socialisti – gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo esserne – in qualche modo e in qualche senso – i protagonisti? Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la «lettera» uccidesse lo «spirito». Non salviamo la «lettera» del Partito se ciò significa uccidere lo «spirito» del socialismo!”

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