L’imperatore romano Vitellio
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Dopo la morte di Nerone, ci fiu un anno di intermezzo denominato “l’anno dei quattro imperatori”. Dopo Galba, segui il seconto Otone, ma in Germania il 1° gennaio del 69 d.C. le legioni avevano acclamato Vitellio come imperatore a Colonia, muovendosi verso il sud.Lo scontro con i sostenitori di Otone avvenne a Bedriaco, nei pressi di Cremona, dove nonostante l’appoggio di comandanti molto esperti come Svetonio Paolino i vitelliani ebbero la meglio. Otone si tolse la vita poco dopo:

Ebbe notizia della vittoria di Bedriaco e della morte di Otone mentre era ancora in Gallia. Senza indugio con un unico editto esautorò tutte le coorti dei pretoriani, quante ce n’erano, per il pessimo esempio che avevano offerto e ordinò che consegnassero le armi nelle mani dei loro ufficiali. Inoltre fece ricercare e condannare centoventi pretoriani di cui aveva trovato le petizioni rivolte a Otone con la richiesta di un premio per essersi impegnati nell’uccisione di Galba. Fu un gesto, il suo, davvero apprezzabile e nobile, tale da far nascere la speranza di un ottimo principato, se le altre sue azioni non fossero state intonate più al suo temperamento e alla sua vita precedente che alla maestà dell’impero. In realtà, messosi in cammino, si fece portare in mezzo alle città come un trionfatore e attraversò i fiumi su raffinate imbarcazioni inghirlandate di corone d’ogni genere in una profusione di feste e di banchetti. Domestici e soldati erano privi ormai di ogni freno, ma egli volgeva a scherzo le loro ruberie e le loro insolenze; e quelli del suo seguito, non contenti dei conviti imbanditi dovunque a spese pubbliche, affrancavano gli schiavi secondo il loro capriccio, ripagando quanti tentavano di fare opposizione con bastonature e sferzate, spesso con ferite e non di rado con la morte. Quando visitò i campi dove si era combattuto, mentre non pochi inorridivano al lezzo dei cadaveri in decomposizione, egli ebbe l’ardire di rincuorarli con questa battuta spregevole: «Ha sempre un buonissimo odore il nemico ucciso, meglio ancora se è un concittadino». Però, per l’orribile fetore, bevve davanti a tutti una gran sorsata di vino, e vino fece distribuire agli astanti.” (Svetonio, Vitellio, 10 )«”nfine fece il suo ingresso in Roma al suono delle trombe paludato da generale e con la spada al fianco. Tra insegne e vessilli lo seguivano i suoi compagni con il mantello militare e i suoi soldati con le armi sguainate. Poi, di giorno in giorno sempre più spregiando ogni legge umana e divina, nell’anniversario dell’Allia assunse il pontificato massimo, dispose le elezioni per i prossimi dieci anni e prese per sé il consolato a vita. E perché nessuno avesse dubbi sul modello che egli sceglieva per reggere le sorti dello Stato, in mezzo al Campo di Marte con gran concorso di pubblici sacerdoti celebrò i riti funebri in onore di Nerone. Inoltre, in un convito solenne, invitò alla presenza di tutti un famoso citaredo a intonare qualche brano del Dominico, e, mentre quello attaccava un cantico di Nerone, applaudì per primo con entusiasmo. Dopo tali inizi abbandonò gran parte del suo potere al senno e all’arbitrio dei più spregevoli tra gli aurighi e gli istrioni e soprattutto del suo liberto Asiatico. Costui egli l’aveva adescato, quando era ancor giovinetto, per una reciproca passione dei sensi. Dopo che per disgusto se n’era andato, lo ripescò a Pozzuoli dove si era messo a vendere aceto. Lo mise in ceppi; ma subito dopo lo liberò e di nuovo ne godette i piaceri. Poi ancora, seccato per l’eccessiva sua protervia e l’inclinazione al furto, lo vendette a un maestro di gladiatori ambulante; ma d’improvviso, siccome era stato destinato allo spettacolo di chiusura, se lo riprese, e, quando ottenne il governo di provincia, lo affrancò. Infine, il primo giorno del principato, durante il pranzo gli fece dono dell’anello d’oro; mentre, ancora quella stessa mattina, allorché tutti intercedevano per lui, aveva con estrema severità rifiutato dicendo che sarebbe stata una macchia per l’ordine equestre.” (Svetonio, Vitellio, 11-12)

Mentre Vitellio faceva il suo ingresso in Roma, il 1 luglio del 69 le legioni orientali acclamavano imperatore ad Alessandria d’ Egitto Tito Flavio Vespasiano, inviato qualche anno prima da Nerone a domare la rivolta giudaica. La guerra, di cui restava principalmente l’assedio di Gerusalemme fu demandata al figlio Tito, mentre anche le legioni danubiane (quasi la metà dell’esercito imperiale) passavano in massa dalla parte di Vespasiano, visto come vendicatore di Otone che inizialmente avevano appoggiato. Antonio Primo, comandante delle forze di Vespasiano, venne allo scontro con i vitelliani nuovamente a Bedriaco, dove dopo un ferocissimo scontro durato tutta la notte quest’ultimi ebbero la peggio. Antonio aveva la strada spianata verso Roma, dove Vitellio, in preda al panico cercò prima di abdicare, ma poi, abbandonato da tutti venne massacrato con un linciaggio:: “Avevano già fatto irruzione i primi drappelli dell’esercito nemico e, non trovando nessun ostacolo sul proprio cammino, frugavano – come avviene – dappertutto. Lo trascinarono fuori dal suo nascondiglio e, senza riconoscerlo, gli domandarono chi fosse e se sapesse dov’era Vitellio. Tentò di ingannarli con una menzogna; ma poi, vistosi scoperto, non la smetteva più di pregarli perché lo prendessero in custodia, e magari in prigione, con la scusa che doveva fare certe rivelazioni e che ne andava della vita stessa di Vespasiano. Alla fine, con le mani legate dietro la schiena e un laccio passato attorno al collo, seminudo, con la veste a brandelli, fu trascinato verso il foro, fatto segno, per quanto è lunga la Via Sacra, a gesti e parole di ludibrio. Gli torcevano il capo tirandolo per i capelli, come si fa con i criminali, con la punta di una spada premuta sotto il mento perché mostrasse il volto senza abbassarlo. C’era chi gli gettava sterco e fango e chi gli gridava incendiario e crapulone. La plebaglia gli rinfacciava anche i difetti fisici: e in realtà aveva una statura spropositata, una faccia rubizza da avvinazzato, il ventre obeso, una gamba malconcia per via di una botta che si era presa una volta nell’urto con la quadriga guidata da Caligola, mentre lui gli faceva da aiutante. Fu finito presso le Gemonie, dopo esser stato scarnificato da mille piccoli tagli; e da lì con un uncino fu trascinato nel Tevere.” (Svetonio, Vitellio, 17)

Era il dicembre del 69 e con l’entrata di Antonio a Roma Vespasiano diventava stabilmente imperatore. Primo atto del nuovo principe sarà quello di promulgare una Lex de Imperio Vespasiani, in cui si faceva attribuire per legge e in un unico mandato tutte le prerogative imperiali, facendole retrodatare al 1 luglio, data di acclamazione in Egitto, legittimando di fatto il suo riconoscimento da parte dell’esercito.

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