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Copertina Mury
Mury
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Un tempo veramente di derive, sia di tempo che di memorie, che dal 21 maggio fino al 9 luglio la signora Francine Mury, svizzera di nascita, sta esponendo alla Pinacoteca Comunale di Palazzo San Giacomo di Gaeta. Una nuova collezione realizzata in questi ultimi mesi che su tre sale fa bella mostra in quella galleria di arte contemporanea che l’Associazione Novecento ha organizzato in modo stupendo come sempre. Infatti Francine Mury è nata in Svizzera dove attualmente risiede e lavora con Atelier a Meride, nel Canton Ticino. La sua formazione è iniziata in Inghilterra dove ha frequentato la scuola di arti visive di Shrewsbury per proseguire poi a Basilea e Berna, dove ha studiato grafica, e poi a Parigi per approfondire i metodi della calcografia. Ha insegnato per diversi anni Design nell’Istituto Univrsitario di Lugano e ha maturato diverse esperienze con iaggi e soggiorni di studio in Italia, Francia ed India. Le sue prime esposizioni risalgono all’inizio degli anni Ottanta in varie parti d’Europa. E proprio quest’ultima mostra che ha come titolo Derive di tempo e di memorie l’artista svizzera presenta delle immagini del suo recente soggiorno a Parigi dopo averle fatta decantare nella memoria, attuando un processo di sedimentazione che se da un lato le ha ridotte all’essenziale, dall’altro ha dato ad esse un anima quella dell’artista. E dando il benvenuto all’artista il sindaco Mitrano ha detto che “Saluto con piacere Francine Mury, artista svizzera che, dopo un lungo soggiorno a Parigi e prima di una nuova esperienza in Cina, ha scelto la nostra Pinacoteca tra le tappe del suo percorso artistico che si svolge dai primi anni Ottanta in varie parti d’Europa. Ringrazio l’Ambasciata Svizzera, nella persona dn S.R. Ginacarlo Kessler, per aver concesso l’alto patrocinio, segni ulteriore dell’importnza dell’evento che la nostra città si onora di ospitare. Mi congratulo infine con l’Associazione Culturale Novecento per la intensa attività che pone Gaeta all’attenzione dell’arte internazionale.”

Ma adesso andiamo a illustrare ciò che i critici hanno detto per questa mostra. Il primo a parlare è stato il professore Marcello Carlino: “E’ Baufdelaire il poeta della Flânerié, alla quale si legano l’attraversamento e la percezione, straniati e visionari, dello spazio urbano e che è tale. E’ Benjamin, il più acuto lettore di Baudelaire, ad averne rivelato l’imprescindibile funzione di supporto alla conoscenza della modernità, nei passages parigini, dove la flânerie ha miglior corso, la città mostra i suoi volti diversi, cangianti ed esprime, in specie, la dialettica tra esterno e interno che ne è una costituente, una modalità organizzativa, una ragione di fondo. la si definisca congruente col genere dell’arte pubblica e sociale o la si ritenga, perfino, in collegato ideale con la poetica della Land Art quando riportata all’area del concettuale l’opera di Francine Mury è certo che ha una forte base progettuale e che include nel suo realizzarsi, perciò, una dimensione attiva interattiva e relazionale, una propensione dialogica. Ed è certo anche che tiene a rapporto i luoghi che abitiamo, esplorandoli, raccogliendone i segni, percorrendo l’interazione che vi si compie tra natura e cultura facendone, insomma, la mappa di una flânerie consapevolmente creativa, alla non trascurabile portata gnoseologica. Proprio come suggerisce l’intelligenza dello sguardo, che buca le apparenze, le immagini della città sono rese nel segno della sovrapposizione, della contaminazione, della visura delle preesistenze che risalgono in superficie. Il fotoassemblaggio è lo strumento della loro composizione prestato a una riproducibilità tecnica che fuoriesce dagli schemi convenuti, che interdice gli standard consueti, che rivela e risveglia. E le periferie (così pure nei tableaux parisiens di Baudelaire, o nelle fotografie ingiallite dei sobborghi in Nadja di Breton) ottengono sovente la ribalta, come quelle aree nelle quali le stratificazioni si assembrano e la complessità interculturale affiora, offrendo materia alla pratica dei montaggio. In questa chiave non c’è elemento che non debba pensarsi ancipite, polivalente (il fiume, la stazione appaiono caricati ciascuno di ruoli definitori – il confine, l’arrivo – e, nel mentre, di potenzialità inaugurali – lo scambio interumano, la partenza), e lo specchio ne è il principio di focalizzazione, segnando al contempo un qui e un altrove del rappresentato. Lo specchio è, nondimeno, il catalizzatore dell’oggettività percepita e della soggettività percepiente e in tale interazione, sotto garanzia del fotoassemblaggio, si mostra la città nel progetto studio di Francine Muey su tale interazione si fissa la socialità di un  abitare il mondo in una dimensione collettiva, partecipata. Epperò la socialità di un’esperienza pubblica non avrebbe piena realizzazione se, accanto alla visione sia pur necessariamente filtrata dall’esteriorità, non si desse, necessaria compagna, e necessario polo di riferimento dialogico, ancora in una sorta di specchio, una visione, sia pure per frammenti, di un territorio che si direbbe esclusivo dell’interiorità (Benjamin, nella circostanza, avrebbe fatto menzione dell’interieur). La disposizione  testo a fronte di monotipi calcografici, con trattamenti cromatici d’antica tradizione (è proprio l’uso della caseina, per esempio, a farci persuasi che la riproducibilità tecnica ha in sorte, stavolta, una riconversione ai valori della unicità) interviene proprio a profilare polifonicamente ciò che è prima e sotto, ciò che di oltre resiste a una pronuncia collettiva. Ciò che è vissuto come un segno archetipo, un nucleo d’origine presupposto a qualunque figurazione. O ciò che è risultante, forma residuale magari ombrelliforme, in una posteriorità vagante che ricorda alcune  serialità di Magritte (e figure animali in movimento, che affacciano sull’infanzia). O ciò che è portato dall’arte del levare e disperde ogni superfetazione, restituendo chiarori, albiscenze monocrome. O ciò che asseconda una gestualità del colore, messosi sulle tracce di una densità materica di ascendenza informale, di individuale espressività autoriale. O ciò che rinfocola un pensare altro, una logica d’approccio parallela, con il ricorso a una natura seconda e all’esperienza arriva delle emozioni. Sui tavoli di progettazione di Francine Mury qeusta doppia realtà è di scena, ed è appunto la scena, a suo modo integrale, di un io e di un mondo che si confrontano con uguali diritti di cittadinanza. Anche per questo i lavori in esposizione, quantunque la loro sia la forma piana e discreta, sommessa di fogli, hanno il respiro plastico di una installazione nel vivo della città, di un pubblico territorio urbano. E così ci parlano con grande intensità.”

L’altro critico che ha scritto una recensione molto bella sulla mostra dell’artista svizzera è stato Giorgio Agnisola: “Potrebbe dirsi originata da uno scrupolo l’arte recente di Francine Mury da una operazione quasi chirurgica della ricerca visiva e sensitiva. Se infatti la sua opera prende, per quel modo affascinante di ricomporre la forma e di assegnarle nuova vita a partite della vita stessa, d’altra parte la sua ricerca non è evasione, gioco dei sensi e della fantasia, tutt’altro: si tratta di attenzione tesa, persino estrema, a un sentire interno e consumato al limite tra vedere e sentire, coniugando sguardo e anima. Qui l’artista ritrova una sua precisa misura espressiva, in cui tutto concorre a ricreare forme che sono di fatto contenuto prima ancora che emozione. Siamo in una dimensione diametralmente opposta a quelle dell’informale, in una coniugazione di sentimento e intellettualismo visivo, in cui la realtà, quella che cade sotto i nostri occhi quotidianamente, viene per così dire reinterpretata attraverso successivi e progressivi suggerimenti sensitivi all’interno di uno spazio intimamente avvertito ma anche pensato della vita. In questo senso si leggono le sue sedimentazioni del tempo e dello spazio urbano, ovvero i suoi giardini, i fiumi, gli specchi, le piazze, le passeggiate, come indizi non già di una memoria passata, ma futura, ricreata nel tempo a venire. Per questo l’artista si muove sul piano espressivo e tecnico con metodo, analiticamente fondando il suo lavoro nella volontà di un preciso e progettato recupero memoriale. Deriva da questo confronto quell’amalgama di forme e segni ove talvolta si riconoscono luoghi, figure, che sono e non sono, che di fatto sono altrove. In quel tempo diacronico rispetto allo spazio, che possiede un altro ritmo rispetto alla memoria cronologica, che pure l’artista cerca di porre a confronto tra fotomontaggio e monotipi. alla fine l’accostamento dei due percorsi operativi sembra il raccordo tra una realtà trasfigurata ma esperenziale e il suo contrappunto spirituale e trascendente. In tale raccordo c’è tutta la vita dell’artista.”

Ma andiamo a vedere cosa ha esposto la pittrice svizzera.

Nella sala uno il titolo delle opere si racchiude in Monotipi, Fotomontaggi – 2016

La Passeggiata (flânerie)

L’uso della “flânerie” è proprio della città, toglie il senso di responsabilità, libera l’io. Lo sguardo coglie luoghi e ricordi, casualmente; nell’abbandono il movimento e la direzione, qui ed ora, non hanno meta. Deambulare come esercizio di meditazione, con la consapevolezza di non dover andare da nessuna parte. Passegginado con la macchina fotografica, che funge da bloc-notes, catturo immagini che, scaricate sul computer, rielaboro nella tecnica del fotomontaggio che mi permette di ritagliare  e accostare gli scatti in un groviglio di reminiscenze casuali.

” I monotipi sono dei “biografemi”: come per i grovigli di erbe e le convoluzioni dei cristalli minerali, l’artista spreme, filtra, distilla forme  e  colori dalle materie fisiche che disegnano la città, dalle loro fantasmagoriche ambientali e dalle loro dinamiche; rivela così strutture antropologiche elementari (formali e cromatiche) di quel vivere metropolitano, già catturate allo sguardo dall’attimo di uno scatto e ora gioiosamente elaborati dall’immaginario. ma anche per il loro ritmo duale e por la loro dialettica con la fotografia, sono i monotipi a rappresentare una sorta di “stadio secondo dell’immaginario”. ( da Derive di tempo e di memorie, Pietro Bellasi, Editore Magonza 2017).

Nella sala due ci sono esposte opere su tela e su carta con pigmenti misti alla caseina. Monotipi su carta Moulin de Couzy 2016, 2017

“Le cento vedute celebri di Edo”, vera guida per immagini xilografiche dell’artista giapponese Hiroshighe (XVIII secolo) che raccontano della bellezza di Tokyo e dintorni, mi hanno dato spunto per guardare l’organizzazione urbana sotto alcuni aspetti paradossali. Segni e snodo, tracce che rimangono nella memoria quando ci si abbandona all’impulso del dipingere, senza agire mentalmente, adattandosi a tutte le trasformazioni: case, piazze, alberi, giardini, fiume. L’immagine del paesaggio urbano, la cui superficie è in permanente mutazione, mi ha ispirato la realizzazione di un lavoro sul tempo dello sguardo. Osservando la dicotomia tra l’impronta umana sulla natura e il contesto urbano, questi lavori tentano di determinare il valore degli spazi osservati.

Infine la sala tre dove si completa la mostra di Opere su tela e su carta con pigmenti misti alla caseina 2016, 2017

Questa ricerca mi ha portato a poco a poco dalla superficie mutevole ed esposta al contesto attuale, alla dimensione millenaria di un passato incommensurabile della vita minerale; delle pagine tettoniche e geologiche e dei fossili. Con sedimenti marini e vari frammenti dove a ben guardare intravedo delle rappresentazioni ed energie universali. E trovo una sorprendente e promettente coincidenza tra macro e microcosmo. Sono lavori realizzati nello studio di Meride, all’inizio del 2016 prima del soggiorno di Parigi. L’unicità dei depositi del Monte San Giorgio, nei dintorni di Meride, mi ha ispirato questa serie di lavori. Esso rivela i diversi livelli e strati fossili sovrapposti, che consentono di leggere l’evoluzione della terra.

Infine la presenza de Il trittico della cavea.

Ispirata dal “Il Battesimo di Cristo” di Giovanni Bellini (Venezia 1430 -1516), atto con cui inizia un percorso, legato a una remissione. Questo trittico è stato realizzato appositamente per questo pannello della sala 3 della Pinacoteca, usando esclusivamente pigmenti misti alla caseina e fogli d’oro.

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