Il manifesto dell'incontro con Matullo e Alvito
Il manifesto dell’incontro con Matullo e Alvito
L'archeologo Gianmatteo Matullo dell'associazione Lestrigonia
L’archeologo Gianmatteo Matullo dell’associazione Lestrigonia
Porta dei Leoni di Micene
Porta dei Leoni di Micene
Tomba di Agamennone
Tomba di Agamennone
Maschera di Agamennone
Maschera di Agamennone
Insediamento di Akrotiri
Insediamento di Akrotiri
Armatura di dendra
Armatura di dendra
Ramses II a Kadesh
Ramses II a Kadesh
Isola di Vivara
Isola di Vivara
Palazzo di Cnosso
Palazzo di Cnosso
Castelli di Gaeta
Castelli di Gaeta
Torre di Mola
Torre di Mola
Antica Minturnae
Antica Minturnae
Sperlonga
Sperlonga
Curiosando nella macchia
Curiosando nella macchia
Panorama di Monte Orlando
Panorama di Monte Orlando
Esemplari di Euphorbia in fiore
Esemplari di Euphorbia in fiore
Gabbiani in prossimità di una parete rocciosa
Gabbiani in prossimità di una parete rocciosa
Mausoleo di Lucio Munazio Planco
Mausoleo di Lucio Munazio Planco
Falesie
Falesie
Balconata panoramica sulle falesie
Balconata panoramica sulle falesie
Porticciolo romano di Gianola
Porticciolo romano di Gianola
Torre antica sul sentiero costiero di Gianola
Torre antica sul sentiero costiero di Gianola
Sentiero promontorio Villa di Tiberio
Sentiero promontorio Villa di Tiberio
Panorama di Punta Cetarola
Panorama di Punta Cetarola

Tacque e sul trono d’òr fulse l’Aurora.

Attraversando l’isola, se n’ gìa

Circe a’ suoi tetti; ed io rivolto ’l passo

Vèr la nave, a salire e sciôr le funi

Confortava i compagni. Incontinente

Entrâr, si collocarono sui banchi,

Ed in lungo seduto ordine, tutti

Féan co’ remi percossi, il mar spumante.

Già retro al pin dall’azzurrina proda

Levossi un vento e ne gonfiò le vele;

Fido compagno che spedìane Circe,

Diva dall’aureo crin, dal dolce canto.

Ratto deposti entro la nave i remi,

Sedevamo, ché il vento ed il nocchiere

Dirigévanle il corso. Io, benché mesto,

Drizzava a’ prodi miei questo sermone:

 “Bello, amici, non è che ad uno o due

Sol, noti sìen gli oracoli che Circe,

Inclita Dea, mi disvelò; or vo’ dunque

Chiarirli, acciò se perirem, sappiate,

O se campato il rischio, a’ rei destini

Fuggirem della morte. In pria la voce

Delle dive Sirene ed i fioriti

Prati schivar ne indisse; udirla solo

Concesse a me, ma all’alber della nave

M’allaccerete, sì ch’io resti immoto;

Ed anco là stringetemi di funi.

Ove a sciôrmi vi prieghi o vi comandi,

Vie più tenaci mi doppiate i nodi.”

Mentre così gli assenno, ecco sospinta

Da un innocente venticel, la nave

Delle Sirene ai liti sorge. Un tratto

Quetossi l’aura, per l’aere diffusa

Rise la calma e sopì l’onde un Dio.

Sorsero i miei compagni, ammainâro

Le vele, ripiegârle e dentro il cavo

Legno le collocâro; indi seggendo

Con gli abetini remi ripercossi,

Biancheggiare fan l’onde. In questo mezzo,

Con l’affilato rame una gran palla

Sminuzzava di cera, la premea

Con le valide man, sì che repente

Si scaldò, si ammollì, ché i’ vi mettea

Non poca forza e d’alto saettava

Gli acuti rai d’Iperióne il figlio.

Io di tutti i compagni a mano a mano

Turai le orecchie. All’alber della nave

Quei m’avvinser diritto; e mi legâro

Le mani e’ piedi e là di nuovi lacci

Pur mi gravâro, indi sui banchi assisi

Battean co’ remi il pelago spumante.

Quando col ratto remigrar distammo

Quanto aggiungere d’uom potrebbe un grido,

Non isfuggì delle Sirene al guardo

La nave che correa rasente al lito.

Questo quindi sciogliean canto soave:

 “Deh! vieni o gloria delle Dànae genti,

Inclito Ulisse, qua sofferma il corso

Della tua nave e n’odi. Alcun mortale

Di qua non passa mai, pria ch’egli ascolti

Del nostro labbro il dolcissimo canto,

Di che non pur si bea, ma vie più saggio

Ritorna al suolnatìo. Tutto n’è chiaro,

Quanto patîr ne’ vasti Ilìaci campi,

Per voler degli Dèi Tèucri ed Argivi.

Né quanto avvien sull’ampia Terra, altrice

D’infiniti viventi a noi si asconde.”

Movean sì dolci note; onde ’l cor mio

D’udirle acceso, pur co’ sopracigli

Accennando, indiceva a’ miei compagni

Di sciogliermi, ma quei, curvi sui remi,

Arrancavano. Sursero di botto

Perimède ed Eurìloco e di nuovi

Lacci avvinto vie più preméanmi a gara.

Oltrepassate le fiorenti piaggie

Delle Sirene, sì che né la voce

Né il lusinghevol più canto s’udìa,

Ratto i miei fidi a sé tolser la cera

Con che l’orecchie lor fermai; dagli aspri

Vincoli a me francarono le membra …..

 

Questo è il canto del XII° libro dell’Odissea che parla dell’incontro del prode Ulisse con le Sirene, perché secondo la tradizione narrata da Omero in questo poema epico, Ulisse viene messo in guardia dalla maga Circe dei pericoli che incontrerà durante il suo peregrinare del mare, tra cui le terribili ed affascinanti sirene che con il loro canto melodioso  attirano gli incauti marinai ad innamorarsi di loro per popi divorarli dopo averli trascinanti per mare. La tradizione dice che la regina delle sirene Partenope, che dopo il fallito tentativo di conquistare il miceneo che aveva conquistato Troia con il tranello del cavallo, e anche in questa circostanza si salvò con uno stratagemma, morì suicida insieme alle altre sirene nei pressi del golfo di Napoli, da cui il nome greco derivante da questa figura della mitologia.

Perché tutto questo discorso sull’Odiessa, su Ulisse, su Partenope, ed altro ancora? Al caffè letterario “Leggendarie” di Formia, c’è stato un incontro molto interessante sulla scoperta del mito di Ulisse attraverso l’archeologia. Ma questo incontro è stato preceduto da una proiezione di un video amatoriale prodotto da Fert Alvito sul tema Le sirene e la Riviera d’Ulisse, una sorta di un viaggio nella Riviera di Ulisse alla scoperta, come un intrepido marinaio quale era l’eroe omerico, delle bellezze archeologiche della Riviera d’Ulisse, come la Grotta della Janara a Gianola, i Criptoportici Formiani, le Torri di Mola e Castellone, la Grotta del Turco di Gaeta, le varie torri di avvistamento fino a Sperlonga, sono solo un esempio del patrimonio archeologico che nelle nostre zone possediamo e spesso non valorizziamo nel modo dovuto, o ancora peggio, che non conosciamo. Un lavoro documentario di notevole fattura registica, con il sottofondo delle musiche vivaldiane e con lo sfondo di quattro bellissime ragazze che hanno fatto le sirene, belle ma non mangiatrici di uomini come lo erano le originarie della tradizione del poema dell’Odissea.

Su questo sfondo documentario si inserisce la relazione dell’archeologo Gianmatteo  Matullo dell’associazione culturale Lestrigoniadal titoloUlisse: la realtà storica dietro il mito. Racconto per immagini.

E l’archeologo comincia dando un quadro sintetico della realtà geopolitica dell’età del bronzo n particolare del Vicino Oriente, mettendo in evidenza che Ulisse faceva parte di un popolo della Grecia antica che ha fondato la civiltà micenea. Un contesto geopolitico che comprendeva l’Egitto dei Faraoni, l’Impero Ittita, il Regno di Cipro e Creta, dove c’erano i re minoici, mentre i Miceceni erano all’estremo ovest di questa cartina geopolitica dell’età del bronzo. I micenei erano abili a costruire delle fortificazioni come per esempio la città di Micene con accorgimenti tecnici per far si che gli eventuali assedianti non potessero prendere le loro città, ed un esempio è sicuramente la Porta dei Leoni. Si racconta che i micenei non avevano fatto altro che conquistare le città minoiche, in particolare Creta ed altre isole approfittando di un evento catastrofico come l’eruzione del vulcano dell’isola di Santorini, che la storia data intorno al 1680 a.C., che nelle Sacre Scritture viene individuata come la piaga dell’oscurità avvenuta per tre giorni annunciata da Mosè al Faraone. Santorini era più grande all’epoca, e basta vedere i resti dell’insediamento di Akrotiri per rendersene conto. I minoici, bravissimi artigiani e costruttori, gente colta ed istruita gente pacifica per lo più, nonostante la mitologia legata al Minotauro, dopo aver insegnato queste arti ai micenei, vennero sopraffatti dagli stessi, tanto che si dice che alcuni superstiti minoici andarono a Troia e fondarono la città che venne cantata da Omero nei suoi poemi dell’Iliade e dell’Odissea.  I re ed i nobili micenei avevano il privilegio di costruirsi dei monumenti sepolcrali e il loro volto veniva ricoperto da una maschera d’oro, come quella attribuita da Agamennone. Solo i re potevano fregiarsi di armature di bronzo che però erano solamente decorative e da parate, in quanto non potevano garantire libertà di movimento, ed erano molto costose, per cui era importante accaparrarsi il bronzo che era il metallo più usato per le loro lavorazioni guerriere e di uso comune, come l’esempio dell’armatura di Dendra. Gli stessi nobili avevano anche il privilegio di potersi fare un sigillo che li contraddistingueva dalla gente comune.

I micenei erano essenzialmente dei pirati, degli avventurieri, dei guerrieri, e dei bravissimi mercanti e navigatori. In quel contesto geopolitico di allora dove i regni comunicavano tra loro attraverso l’Arcadico, la lingua internazionale di allora, si doveva tener presente che le due superpotenze di quel tempo, L’Egitto dei faraoni e l’Impero Ittita, che a sua volta già conosceva l’uso della lavorazione del ferro, c’erano anche dei reami come Cipro (ricca di un altro minerale pregiato come il rame), i regni assiri e babilonesi, più i regni della costa siro – palestinese. Tra di loro venivano stipulati dei trattati commerciali, che loro chiamavano doni, ma in realtà erano veri e propri accordi commerciali, tenendo presente che ogni impero dell’epoca era un qualcosa di assoluto e di imponente. Tanto che nel corso della storia, c’è stato un conflitto tra gli Ittiti e gli Egiziani per vedere chi era il più forte e la rappresentazione della battaglia di Qadesh con il faraone Ramses II che si getta nella battaglia da solo tirando e scoccando frecce, da un’idea di che cosa si parla, un epoca dove quando si ingaggiava battaglia tutti e due dovevano comunicarsi dove si sarebbero incontrati e con quali militari forze fare affidamento.

I Micenei, conosciuti dagli ittiti come Popolo di Micenei erano quindi dei grossisti dell’epoca, dove compravano e rivendevano merci adatti alle esigenze dei popoli circostanti che avevano a che fare con i loro traffici, ed i loro concorrenti dell’epoca erano i Cananei, gli antinati dei Fenici. Un esempio di nave rinvenuta era quella di Was, dove il carico testimonia ciò che questi commercianti dell’epoca riuscivano a trafficare, e sono stati rinvenuti in questo relitto panetti di bronzo, ceramica lavorata, anche una trousse per il trucco dell’epoca, destinata probabilmente a qualche nobile egiziana o ittita.

3100 anni fa arrivò una crisi economica molto forte che mise in ginocchio l’economia micenea dell’epoca, che costrinse queste popolazione all’emigrazione e molti di loro arrivarono in Italia creando le popolazioni sicule, sarde, o mescolandosi tra di loro dettero vita a civiltà come la civiltà villanoviana, comunque integrandosi alla perfezione nei posti dove andarono ad abitare.

Ulisse cosa c’entra in questo? Egli rappresenta nella fattispecie questi mercanti micenei che di fatto erano dei pionieri delle popolazioni che ormai avevano deciso di emigrare e consideravano l’Italia come una sorta di Eldorado, una terra leggendaria dove essi potevano andare e dove c’erano i metalli di cui avevano bisogno per poter continuare i loro commerci, e le presenze della Calabria, della Sicilia, della Basilicata e della Campania (il mito di Partenope) testimoniano questo. Ci sono attestazioni di documentazioni che riguardano anche il Basso Lazio, ma reperti che ufficializzano questo non se ne sono ancora trovati.

Ulisse inizia il suo viaggio e come ogni mercante micenei cerca di commerciare anche con le popolazioni italiche, e un esempio di questo lo si può ritrovare nell’isolotto di Vivara, che si trova tra Ischia e Procida, dove ci sono insediamenti dell’età del bronzo con accorgimenti di costruzione avanzatissimi per l’epoca (come la fornace interna che serviva a cuocere i cibi) e commerciando con i micenei in cambio di vasi e profumi davano il metallo che serviva loro. Ulisse arriva nella terra dei Ciclopi, conosce Polifemo, secondo Omero, in realtà erano solo degli scheletri di mammuth nani con al centro il foro della proboscide che erano stati ritrovati alle falde dell’Etna in una caverna, e quindi bisogna comprendere la meraviglia dei micenei per questa scoperta, e le leggende finirono di bocca in bocca fino a che la penna del poeta epico Omero non trascrisse queste leggende, diventando storie da raccontare la sera davanti al fuoco. Così come l’incontro con i Lestrigoni, che secondo la penna del bardo omerico erano dei giganti che avendo visto le navi di Ulisse, le distrussero e ne mangiarono i copri, salvandosi solo lui con la sua nave. In realtà, leggendo questa descrizione dei luoghi fatta da Omero si presuppone che fosse arrivato nel Golfo di Gaeta, per cui non si poteva dire che questi Lestrigoni erano uomini normali, ma si doveva far passare il messaggio di questi luoghi pericolosi per loro affinché non si avesse l’ardire di passare un brutto quarto d’ora con queste popolazioni, era molto più conveniente per loro arrivar in posti come Vivara che erano popolazioni miti ed ospitali, con i quali si poteva commerciare e rifornirsi di cibo e di acqua, quindi nell’arcipelago Ponziano e nella arcipelago Flegreo. Ancora si ritrovano resti dove l’ossidiana prodotta a Palmarola era di ottima qualità e lavorata dava una filatura che gli oggetti prodotti 5000 anni fa sono taglienti, un primo prodotto si può dire Made in Italy.

Dopo la fine della crisi economica i micenei non vennero più in Italia, cominciava per i greci un altro periodo storico che poi si sarebbe trasformato nelle città stato greche, Sparta ed Atene in primis, che non avrebbero fatto altro che fare ciò che i micenei avevano fatto con i minoici prima, tanto che avendo avuto la fine dei contatti con questi mercanti, le popolazioni autoctone del Mezzogiorno cominciarono a produrre in loco dei pezzi che somigliavano alla fattura micenea, ma di fatto con argilla locale, per quanto riguarda la lavorazione della ceramica, conosciuta come ceramica italo-micenea.

Questo è il quadro che rappresentava il mito di Ulisse, dei pionieri che si trovarono alla scoperta di un nuovo mondo dove potevano portar ei loro prodotti ed esportare i loro.

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