“Le cetre e i salici” il libro #daleggere di Mattia Rossi

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Lamento sempre più diffusamente che il problema maggiore che il laicato cattolico vive, dopo quello prettamente dottrinale, è quello di natura comunicativo. Se, infatti, dal punto di vista dottrinale altri dovrebbero porvi rimedio, per quel che concerne l’aspetto comunicativo, infatti, il laicato potrebbe risolversi da solo la faccenda, senza sperare e pretendere interventi dall’alto. Si tratta infatti di una questione logica, linguistica, di concordanza sull’uso del vocabolario da usare. Sistemato il problema su quale accezione dare alle parole, si può poi procedere al confronto, al dialogo, all’evangelizzazione. Mentre ciò che accade regolarmente è che ci si azzuffa su tante questioni sciorinando parole e sentenze (da una parte e dall’altra) e il cattolico che è intenzionato a capire prende per buone le parole che ascolta o legge, ma non capisce pienamente quali siano i problemi e gli aspetti delle questioni perché quegli stessi termini usati da una parte vengono poi usati anche dagli avversari. E la confusione regna. Così vale lo stesso anche per le questioni inerenti alla musica sacra. Alla musica liturgica. Al canto gregoriano. Così capita sovente che si prenda posizioni partigiane, di partito, di appartenenza a un’etichetta; operazione che favorisce chi vuole creare confusione. Prova ad ovviare il buon Mattia Rossi nel suo Le cetre e i salici (edizioni Fede&Cultura) mettendo i puntini sulle i delle questioni; cercando innanzitutto di sgombrare il campo dalle ridicole e ipocrite banalizzazione ed etichette del problema. Uno dei problemi maggiori per quanto riguarda il canto gregoriano è proprio l’equivoco sui termini e sui termini usati dai documenti magisteriali della Chiesa cattolica degli ultimi decenni dove, da una parte, si difende (almeno nelle intenzioni) il principio del gregoriano, ma dall’altra si apre la possibilità di altre forme musicali che non hanno nulla di sacro ma nemmeno di musicalmente accettabile. Ed è il panorama cui ogni cattolico si trova a vivere nelle parrocchie, dove vige il motto non scritto ‘extra chitarra nulla salus’, cioè ‘senza chitarra non si dice Messa’ e il livello musicale, conseguentemente, ne risente. Si parla infatti di canzoni, non più di canti. Il gregoriano, anche per la sua storia, oltre che per la sua intima struttura, è portatore di teologia, teologia cattolica; le canzoncine pop no. Ma non per colpa loro, ma per colpa di chi le introduce nella liturgia e di chi permette che tutto ciò sia possibile. Infatti è un problema di autorità: laddove manca l’arbitrio regna. Così della liturgia della Messa, per limitarsi al campo musicale, assistiamo ad abusi che si sono così radicalizzati da diventare normali e quasi dovuti. Ma non è questa la mens della Chiesa, non è questa la vera spiritualità cattolica. Mattia Rossi nel suo agile libretto riesce nell’impresa (perché di questo si tratta) di parlare di un argomento anche per certi aspetti ostico e non di immediata comprensione (come possono essere gli aspetti tecnici del canto e della musica) in termini comprensibili. E riesce nell’impresa di bucare il muro di gomma del problema: andando a colpire il punto focale, il centro. Tutto dipenderà da quanti lo leggeranno e saranno disposti ad accettare di mettersi allo stesso livello del proprio interlocutore; attività difficilmente praticata da chi disprezza il gregoriano.

 

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